IN PRIMO PIANO OLIVICOLTURA, LA SPAGNA NON E’ IL COMPETITOR DELL’ITALIA di Elia Fiorillo* Se c’era ancora bisogno di una prova provata che la Spagna non è il competitor dell’Italia, come comunemente si pensa, questa ci viene dalla discussione del nuovo regolamento comunitario sulla commercializzazione dell’olio di oliva. L’Italia, anche con qualche provocazione alla Unione europea – prima la legge sull’origine eppoi il decreto dell’ex ministro delle politiche Agricole De Castro – aveva imposto in etichetta appunto l’origine del prodotto. Il vecchio regolamento comunitario non lo prevedeva. Ma tanta insistenza non poteva non portare i suoi frutti, anche per quella voglia di trasparenza in etichetta che i consumatori europei pretendono. Eppure la Spagna, su questo tema, fa orecchie da mercante e cerca di trovare vie traverse ed escamotage perché il nome Italia non esca in etichetta. Il problema per i produttori spagnoli, a livello di marketing, resta l’Italia. Troppo pericoloso per loro che in etichetta si possa mettere a chiare lettere che quel prodotto è italiano. Loro, pur avendo la possibilità di fare lo stesso, di inserire in etichetta il made in Spagna, quando il prodotto in bottiglia è cento per cento spagnolo, preferiscono il più generico made in Europa. Il perché è semplice: al di là di tutto, il nostro paese è visto nel mondo come la patria dell’olio extravergine di oliva. Non sono bastate la campagne pubblicitarie che invitavano i consumatori a non acquistare l’olio italiano, ma quello spagnolo perché nelle bottiglie provenienti dall’Italia c’era olio iberico. Né sono bastate le grandi acquisizioni da parte degli spagnoli dei fiori all’occhiello dell’industria alimentare italiana: Minerva oli e Carapelli, nonché, ultimamente, la Bertolli. I cugini iberici hanno ancora paura del marchio Italia e fanno di tutto perché esso non appaia sulle bottiglie d’olio. Siamo noi che spesso non crediamo in noi stessi; che non riusciamo a trovare la forza e la determinazione per fare squadra. Anche quando i pericoli per i nostri interessi commerciali sono tanti. A noi manca soprattutto una strategia che ponga l’Italia in una situazione d’inattaccabilità. E la riscossa del nostro paese deve passare sull’alta qualità del prodotto italiano. La nostra linea strategica ci viene suggerita proprio dagli spagnoli quando fanno di tutto per non rendere visibile l’origine italiana. Ciò vuol dire che nella competizione mondiale l’origine Italia è una cifra dall’immenso valore. Ma per essere competitivi basta solo che passi a livello comunitario l’obbligatorietà in etichetta dell’origine del prodotto? Assolutamente no. Ci vuole altro. Prima di tutto una diminuzione dei costi di produzione. La qualità va certamente pagata, ma fino ad un certo punto. La disorganizzazione della nostra filiera produttiva non può essere una palla al piede del settore. C’è bisogno che i fattori della produzione siano meglio organizzati per farli essere competitivi. Non si può reggere la concorrenza quando il capitale terra è fatto di fazzoletti di pochi metri quadri. Quando ci si trova di fronte ad impianti secolari dove la meccanizzazione della raccolta non è possibile. Insomma, o rinnoviamo con politiche di razionalizzazione e di sviluppo l’oliveto Italia o non ci saranno santi che tengano per difendere le nostre produzioni. L’Unione europea ha, in questi giorni, riproposto il regolamento che finanzia i progetti per il miglioramento della qualità. L’Italia per il passato, a differenza della Spagna, ha utilizzato i finanziamenti molto onerosi che un piccolo salto di qualità son riusciti a farlo fare al nostro Paese. Ma non basta. I nuovi progetti dovranno avere un’anima, un fil rosso che li leghi tra loro secondo un ragionamento, appunto di razionalizzazione e sviluppo dell’oliveto Italia. Bisogna finirla di finanziare progetti fini a se stessi. Perdere questa occasione equivale a dichiarare forfè per il futuro, a non rendersi conto che la globalizzazione avanza e che le rendite di posizione sono destinate a finire. Abbiamo ancora possibilità di bloccare il declino, che già s’avverte, delle nostre produzioni olivicole-olearie. Non possiamo perderla. *Presidente Consorzio Extravergine di Qualità e Unasco |